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Il fiume e l’uomo

Rio Mogoro

Dove c’è acqua c’è vita. E il Rio Mogoro con i suoi affluenti e rigagnoli è sempre stato fonte naturale di utilizzo e sostentamento per le popolazioni che si sono susseguite nel tempo. Con l’azione delle sue acque torrentizie ha trasportato a valle l’ossidiana (l’oro nero dell’antichità), utilizzata dalle popolazioni preistoriche per la preparazione degli arnesi e utensili per il lavoro, la caccia e la pesca. Ha trasportato i ciottoli e la sabbia che l’uomo ha utilizzato per la costruzione di strade, piazze e cortili, ha prodotto energia per tanti mulini ad acqua che l’uomo deviando il suo corso ha utilizzato per macinare il grano per il fabbisogno delle sue popolazioni.

Le piante che crescono spontanee a ridosso del fiume e negli anfratti come il pioppo bianco e nero,s’abius’àxibi e s’ollastu de frummini da sempre sono state utilizzate in svariati modi come la fabbricazione di scanni, sedie, piattaie, tavoli ed altri mobili di indispensabile necessità compresi travi e travicelli per le case, ed anche per fabbricare i robusti carri.

Nel Rio Mogoro insieme alla tifa abbonda anche la canna domestica che per le sue doti di resistenza è considerata la migliore in assoluto, adattissima per costruire sottotetti, case e anche per i soffitti delle antiche chiese, per strumenti musicali quali lelauneddas, suittus, benas e pippaiolus per le sue doti di assoluta sonorità.

Ma in questo rivo, chiamato “Sacro” da punici e romani l’elemento di maggior rilevanza a memoria d’uomo è sempre stata la grande presenza dell’anguilla (Anguidda fillatrotta) molte volte in letargo (Anguidda allobada). Nel solo territorio di Mogoro esistono ancora una cinquantina di sbarramenti a fiume (nassas) che convogliando le acque in un unico passaggio con una robustissima rete (fibau), permette di imprigionare l’abbondantissimo pescato contribuendo al sostentamento della popolazione della zona.

Nel passato e fino a non molti anni fa erano presenti e si pescavano anche le alborelle, i gamberetti ed anche le ormai rare arselle e cozze d’acqua dolce (coccioba e cozzas bambas) che si trovavano nelle acque basse delle numerose anse e guadi sabbiosi.

Presenti assieme al picchio rosso minore sono i rallidi come il porciglione, le gallinelle d’acqua ed anche il pollo sultano. E non mancano gli anatidi come i germani reali e, nel periodo di passo, anche le alzavole e le marzaiole che assieme al martin pescatore, al merlo ed al merlo acquaiolo, al picchio rosso minore, alla ballerina gialla ed altre specie come le cannaiole danno colore caratterizzando il paesaggio fluviale. Sono presenti anche le tartarughe e la biscia d’acqua e abbondanti sono le comuni tinche e carpe che l’uomo da sempre ha pescato con metodi antichissimi come reti, ami e addirittura a mano libera (abbruzzadura) ed anche avvelenando il fiume col metodo de s’alluadura, utilizzando euforbia, dafne-gnidio, e cipolla marina.

Ma l’uomo del fiume si è sempre servito in svariati modi, utilizzando le sue acque per le irrigazioni delle sue fiancate dove la moltitudine di svariate piante come il melograno, il cotogno, i fichi, le ciliegie, le albicocche e le prugne formano ancora dei veri e propri giardini.

Il fiume è stato anche luogo di refrigerio e divertimento durante il periodo delle calure estive dove soprattutto i ragazzi – a volte anche contro la volontà dei genitori – imparavano a guazzare e nuotare con la speranza un giorno di poter dimostrare le loro capacità natatorie nel tanto desiderato mare.