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Negli anni successivi agli ultimi strascichi di ribellione degli Arborea di Leonardo Alagòn contro gli Aragonesi soffocati nella battaglia di Macomer del 1478, la curatoria di Parte Montis di cui Mogoro faceva parte non doveva avere più di 400 o 500 fuochi o case, distribuiti in una dozzina di villaggi. Poco più di un secolo dopo mentre in Sardegna la popolazione era cresciuta di due volte e mezzo, Parte Montis aveva soltanto 1061 fuochi. In quell’epoca Mogoro non era ancora il villaggio più popoloso del distretto. È tra fine Cinquecento e Seicento che Mogoro conosce un boom demografico passando nel 1627 a 232 fuochi per poi arrivare un secolo dopo (1728) a contarne 415.
È probabile che questo exploit demografico sia legato alla maggiore disponibilità di seminativi e pascoli che nel Seicento diventano più consistenti grazie all’acquisizione del salto di Canali, dell’ormai abbandonato territorio di Bonorcili, l’abitato medievale distrutto da un assalto dei Saraceni nonché di nuovi territori di godimento promiscuo con Sardara e Pabillonis.
A conclusione del lungo conflitto tra Aragona e Arborea dopo la battaglia di Sanluri del 1409 i Carroz misero le mani sul Parte Montis e sul Parte Usellus. Si creò così quella linea di confine tra i castelli di Arculentu (Arbus) e Barumela (Ales) che divise i possedimenti dei marchesi di Oristano da quelli dei conti di Quirra. Con la battaglia di Uras del 1470 e la vittoria degli Alagon (nuovi marchesi di Oristano) sulle forze aragonesi le piane di parte Bonorzuli e le colline del Parte Montis si trovaro al centro di nuove tensioni. A questo punto il distretto di Bonorzuli è annesso in parte al Monreale e in gran parte al Parte Montis. È solo nel 1655 che l’assorbimento dei territori di Bonorcili a Mogoro riceve il placet ufficiale dei marchesi di Quirra e la popolazione di Mogoro aumenta del 50 per cento proprio in corrispondenza all’acquisto di Bonorcili, nonostante l’epidemia del 1652.
La crescita riprende vigorosa nel Settecento con 415 fuochi nel 1728 (1588 abitanti), quando ormai la Sardegna è Sabauda, e almeno 500 nel 1821 quando sono censiti 2 mila 51 abitanti che passano a 2 mila 763 nel 1901.
Alla crescita demografica di Mogoro tra fine Settecento e inizi Ottocento corrispondono miglioramenti nella coltivazione di cereali.
È questa per Mogoro una fase di accentuato sviluppo demografico e produttivo caratterizzata dalla nascita anche di un importante nucleo di imprenditori rurali che tra Settecento e Ottocento sono don Vincenzo Paderi, nobile originario di Villanovafranca, e Antonio Vincenzo Sanna, blasonato nel 1814 per il contributo dato all’innovazione agraria con l’impianto e l’innesto di migliaia di ulivi.
La ricchezza fondiaria alla fine del Settecento è fortemente accentrata. Tutto questo contrassegna non solo l’economia di Mogoro in quegli anni, ma la sua intera vita politica e civile. I maggiori possidenti mogoresi si scontrano infatti con il tessuto tradizionale di usi collettivi e sgomitano per i pochi posti appetibili della comunità influenzandone scelte e storia. E infatti la nobiltà per circa due secoli assume un ruolo dominante alla guida del paese. Ne è un esempio il fatto che l’Amministrazione di Mogoro sia guidata dal 1843 al 1924 per 9 volte da un sindaco nobile. Per giunta la modernità agricola fu di profilo aristocratico più che borghese e uomini come don Vincenzo Paderi, don Antonio Vincenzo Sanna e don Carlo Sanna hanno dato un grande contributo alla modernizzazione del paese sia dal punto di vista agricolo che civile con la costruzione di palazzine e il sostegno a iniziative assistenziali e ricreative quali l’asilo Denti Paderi e il tiro a segno.
Così come è segno della grande potenza raggiunta dalla nobiltà e dal clero la lunga e logorante lotta che i mogoresi dovettero intraprendere per costringerli a pagare il tributo della roadia.
Una lotta resistenziale, che in diversi periodi storici, ha evidenziato il carattere dei mogoresi e che giunge fino all’episodio dei tumulti di Sant’Antioco del 1930 durante il periodo del Fascismo.